Una delle ragioni del recente successo in Italia (e ormai in Europa) dei movimenti populisti e sovranisti sembrerebbe risiedere nella progressiva erosione degli spazi decisionali riservati agli Stati nazionali e in particolare al circuito Governo-maggioranza parlamentare.
Com’è noto, tale erosione è dovuta ad alcuni fattori endogeni alle democrazie contemporanee e, sotto certi aspetti, legati al loro modus essendi, come la loro struttura istituzionale poliarchica, la presenza di un sistema di tutela dei diritti fondamentali, la stessa legalità costituzionale, e ad altri esogeni (e più recenti), legati al trasferimento di am- pie competenze in capo all’Unione europea (specie in materia di governance economica e monetaria) e, sotto altro profilo, al fenomeno della globalizzazione (in particolare dei mercati finanziari); detti fattori, restringendo il range delle opzioni politiche a disposizione delle forze partitiche nazionali (sino a ieri) dominanti, hanno determinato una profonda crisi non solo dei rappresentanti ma degli stessi rappresentati.
Va da sé che la crisi in parola abbia rappresentato il terreno di col- tura ideale per quel sentimento di cronica insoddisfazione, alla base dei movimenti politici populisti, rispetto alle forme di esercizio della sovranità popolare previste dalla costituzione, e in particolare a quelle attinenti alla partecipazione alla funzione di indirizzo politico.
A ciò, peraltro, va aggiunto l’enorme impatto che sullo sviluppo della posizione populista hanno avuto le virtualità comunicative ed espressive (pressoché infinite) della rete e dei media: alla insoddisfazione per il presente e per gli ordinari strumenti di partecipazione democratica, si sono così aggiunti, da un lato, il fenomeno della disintermediazione, inteso quale tendenza “dell’individuo a proporsi sulla ribalta sociale ed istituzionale senza la mediazione (sociale o politica) di soggetti terzi e anzi di rifiutarla” e, dall’altro, la destrutturazione completa della concezione del tempo.